Ischia. Da isola verde a pattumiera chimica.
venerdì, 24 febbraio 2012
Dopo la prima puntata sul rischio nucleare nel golfo di Napoli eccoci alla seconda con un analisi che si concentra su quanto accadde nelle acque della vicina isola di Ischia.
Appena finito il secondo conflitto mondiale le potenze vincitrici alleate si ritrovarono a gestire una spaventosa polveriera chimica gran parte della quale era fino a pochi mesi prima nelle mani sia del Terzo Reich, sia dello stesso regime fascista. Si trattava di materiale altamente pericoloso e terribilmente complesso da conservare in condizioni di sicurezza e che pertanto comportava la disperata urgenza di sbarazzarsene quanto prima: ordigni con iprite, gas nervini, centinaia di migliaia di tonnellate di munizioni cariche di veleni, armi con fosgene, arsenico, etc. Nel corso del biennio 1945-46 si scelse la “assurda ma comoda strada” di seppellire i rifiuti assassini stivandoli a bordo di natanti, poi fatti colare a picco. Esistono ben due documenti che illustrano come il nostro Paese sia stato teatro di queste storiche operazioni criminali, documenti top secret fino alla fine degli anni Ottanta e poi nuovamente secretati dopo gli attentati dell’undici settembre 2001, per timore che finissero nelle mani di terroristi islamici. Il primo dossier fu redatto il 27 aprile 1987 da William Brankowitz per conto delle forze armate americane e fa riferimento a traslochi di bombe con testate fosgene avvenuti nel corso del periodo aprile-maggio 1946, attraverso convogli ferroviari o trasbordi su chiatte fatte arrivare sino a Bagnoli ove era presente tra l’altro la base americana. Un altro dossier, ben più raccapricciante almeno per noi isolani, fu redatto e reso pubblico il 29 marzo 2001 e secretato dopo il crollo delle torri gemelle (inutilmente in quanto già circolante sul web). In data 21 ottobre 1945 alcune chiatte imbottite di testate al fosgene, di cloro, arsenico iniziarono a far rotta su ISCHIA. La “letale santabarbara” sarebbe stata composta essenzialmente da gas distillati, eredità vergognosa del criminale programma bellico di Benito Mussolini. L’arsenale che avrebbe dovuto seminare morte e distruzioni e consentire così di realizzare i sogni di grandezza del ridicolo DUCE, non solo caddero nelle mani delle potenze alleate, ma finirono proprio nelle acque marine partenopee tanto care ai Savoia, quello stesso tratto di mare ove la flotta italiana fu sistemata in onore della visita del Furher durante la Rivista Navale del 5 maggio 1938. Il dossier americano puntualizza che il primo scarico richiese due settimane, con le chiatte impegnate a fare la spola dal 21 ottobre al 5 novembre del ’45; mentre una seconda operazione avvenne nell’arco temporale compreso tra l’uno e il 15 dicembre. Il cimitero prescelto dai becchini sarebbe stata proprio la sorella maggiore Ischia: sul dossier è riportato testualmente “LA DISCARICA CHIMICA DI ISCHIA” (sic!). In base alle stime americane in quelle due operazioni furono depositati in fondo ad uno degli specchi di mare più famosi al mondo tra le mille e le tremila tonnellate di sostanze mortali. In altre operazioni, sempre in prossimità del Golfo di Napoli, ove si pescano cozze e polipi, furono affondati le “gloriose eredità fasciste” (di cui ancora oggi alcuni milioni di italiani ne vanno incredibilmente fieri, vittime inconsapevoli della loro mostruosa ignoranza storica): 87600 litri di iprite, tutte perle ereditate dallo sciagurato e criminale regime fascista, che tuttora giacciono nei paraggi della nostra “incredibile” AREA MARINA PROTETTA ! Dal libro di Gianluca Di Feo del 2009, emergerebbe che mentre assolutamente nulla è stato fatto a tutt’oggi per la bonifica di Ischia e del Golfo di Napoli, nel cimitero chimico dell’Adriatico, nel corso del tempo, fu fatto comunque qualcosa. Nel gennaio del 1946 una delle chiatte venne travolta dal moto ondoso e affondò con tutto il suo carico mortale di ogive all’iprite, creando per tutto lo specchio dell’Adriatico (soprattutto tra il Gargano e Molfetta) un vero e proprio “campo minato”. Un autentico disastro poiché se fossero finite lungo le coste jugoslave avrebbero creato allarmanti tensioni belliche con il terribile Maresciallo Tito. Onde evitare ulteriori venti di guerra gli americani si impegnarono a recuperare tutte le bombe tossiche che affioravano ovunque, appaltando il recupero persino ai pescatori dell’Adriatico che invece di dedicarsi al loro consueto lavoro, furono appositamente indennizzati per catturare a strascico le prede al tritolo. Tuttavia molte centinaia di pescatori ci rimisero le penne: issando le reti capitava spesso che molte carni venivano divorate dalle sostanze tossiche, perdite della vista, broncopolmoniti, ustioni, intossicazioni, erano all’ordine del giorno. La pesca di bombe durò circa sei anni con un recupero di oltre ventimila tonnellate di ordigni. Nel 1996 lo Stato Maggiore della Marina avviò una bonifica sistematica neutralizzando oltre 68mila testate. Ma il gioco delle correnti e l’azione corrosiva comporta nel corso del tempo l’inesorabile rilascio del contenuto mortale. Insomma dopo oltre 60 anni la penisola italiana sarebbe circondata dal mare, ma anche da migliaia di potenziali bare esplosive nascoste tra gli abissi marini o fluttuanti nei pressi delle nostre coste. Ma mentre nel corso del tempo l’Adriatico conobbe una minima azione di bonifica, per Ischia e dintorni sembra di essere ancora all’anno zero. Ma si sa che per noi abitanti del Golfo di Napoli è più trendy discutere del look di sciacquette senza arte e né parte, di audaci farfalle inguinali o di storiche conquiste europee legate a mere sfere di cuoio.
FOTO : CORRIERE DEL MEZZOGIORNO DEL 22.02.2012 E LA REPUBBLICA DEL 20.02.2012
Non ci sono ancora commenti per questa notizia
Puoi lasciare un commento, sottoscrivere il feed RSS o inviare un trackback.
















